Annamaria Targher. Cavrioi all'Eghel. (L'oro dei loro corpi)

Mostra

Cavrioi all'Eghel. (L'oro dei loro corpi)
Roe deer under the golden chain tree. (The gold of their bodies)

« Mark yonder, how the long laburnum drips
Its jocund spilth of fire, its honey of wild flame! »
Francis Thompson, Sister Songs, 1895

Il titolo della mostra prende deliberatamente spunto dal nome della location (in cui ad un aggettivo inglese - internazionale viene aggiunto un sostantivo in dialetto trentino, locale). Secondo l'illuminante definizione di "glocalizzazione", il globale - internazionale ed il locale possono convivere ed essere recepiti come i due lati della stessa medaglia: addirittura, un'entità potrebbe essere compresa fino in fondo, tenendo conto della natura duale, per l'appunto, del concetto di glocalizzazione.
Cavrioi all'Eghel - (Caprioli presso il Maggiociondolo), dunque, un omaggio dell'Artista alla sua terra, con un occhio ben fermo sulle tematiche e le argomentazioni universali.
Una tradizione orale riporta che nel Medioevo le streghe usassero il Maggiociondolo (Laburnum) per preparare bevande che dessero loro il senso dell' abbandono del peso corporeo, che le alleggerisse e che le rendesse agili, scattanti e impalpabili come la sagoma veloce di un Capriolo. Lo stesso albero (dalle infiorescenze auree, che la lingua inglese definisce così bene come catene d'oro) produce frutti velenosi: non per i Caprioli (e per pochissimi altri animali), però. Questa singolare eccezione ha ricoperto di ulteriore magia l'albero, ma, al contempo, anche gli animali che a esso sopravvivono. Tra i tanti appellativi del maggiociondolo, ricordiamo quello significativo di "pioggia d'oro" come quella, feconda, che nella mitologia greca ingravidò la Danae senza figli. L'oro è anche il colore per eccellenza o antonomasia della muta del Capriolo. Spolvera il loro stato di eterna attesa, di infinito protrarsi per sentire: l'oro è lo stesso che ricopre il corpo di due donne tahitiane bellissime che Gauguin ritrae quando decide di lasciare dietro di sé l'inutilità della frenesia della vita occidentale e che, evidentemente a disagio nella loro centralità, tradiscono una sorta di attesa, di tempo muto delle cose. L'attesa per ciò che succederà è il silenzio e lo stordimento per lo sconosciuto.
Nei lavori di Annamaria Targher, lo spazio intorno ai Caprioli (composto da pennellate di reminescenza astratta, mutuate dalla passata biografia artistica) si allarga e parla autonomamente e introduce il dubbio, la sospensione o il vuoto soffocante che grava sulla contingenza delle bestie. I Cavrioi, fanno parte anche della sua più intima biografia: quante volte ci è stato intimato il silenzio se si voleva scorgere la magia dell'oro? Come un voto sacrificale, il silenzio (apriva) apre uno squarcio sul divino. Sulla presenza di Dio sulla terra: nel bosco, nella radura. È sempre la lingua inglese che ci suggerisce un'assonanza (quasi una coincidenza) del Capriolo con il cervo (il termine deer va bene, infatti, per entrambi) e, così, nei salmi 41 - 42, la cerva nel suo anelare "ai corsi delle acque", aspira, in realtà, al ricongiungimento col Padre, all'approdo alla pienezza, all'unione. Alla felicità.
Mentre nel Cantico dei cantici, il Capriolo è, per la sposa, lo sposo: "che giunge saltando per i monti, balzando per le colline". Anche qui, una rapida rivelazione e la promessa della gioia. Sant' Eustachio diventa tale dopo essersi imbattuto nel crocifisso luminoso sorretto dalle corna di un cervo. L'animale cacciato diventa veicolo di redenzione e di luce.
Annamaria Targher giunge da un biennio di frequentazione intima ed intensa col mondo animale: visto, senza falsi pudori, come il proprio alter ego.
L'artista, ci tiene a precisare, non si è mai ritratta: per incapacità, per pusillanimità.

Animale: dal latino [animal] derivato di [anima] anima. Affine al greco [anemos] vento, soffio e al sanscrito [atman] col medesimo significato. Se animale, quindi, deriva da anima, va da sé che l'animale è il nostro fulcro più genuino.
In mostra, troviamo un vero e proprio Bestiario, frutto di due anni intensi di confronto con l'anima mundi. Dall'esordio con le Galline, il cui piumaggio riboccante è il pretesto per una sagace prova di materia e di espressionismo pittorico, si passa al ritratto attraverso le Capre: qui, Annamaria Targher inietta prepotentemente un'analisi lucida e, a tratti, dissacratoria, sull'essere donna e gli stereotipi che la società inevitabilmente le attribuisce. La Capra è, al contempo e nel proprio ricercato esibizionismo fatto di applicazioni di stoffe raffinate, una proclamazione di imperterrita vanità e identità da parte dell'Artista che vede nella "bistrattata" Capra un segno evidente di carattere, tenacia e grande umanità (la Capra allatta, senza problemi, anche i piccoli di altre specie).
Nelle placide Mucche (quasi tutte su carta e dalle dimensioni molto contenute), un disegno pulito e minimale, cede il passo ad un uso paziente e quasi maniacale del collage, connotato da risvolti spiazzanti e quasi surreali. Molta attenzione è riservata al contesto. La costruzione dell'immagine, infatti, diviene paradossale, al rovescio, una risultante del mondo che contiene la bestia. Il più delle volte, è proprio l'attorno che definisce la linea di demarcazione dell'animale, il suo essere soggetto (così sarà anche per la piccola serie degli Asini).
La Mucca si lascia, così, svuotare, re - inventare: il tutto mentre pare continuare nella sua eterna ruminazione. Per l'artista, la Mucca è l'animale della conciliazione e della mitezza.

Ora, con l'avvento dei Caprioli, si ha un ritorno più marcato alla pittura: Annamaria Targher abbandona l'uso del filo e del ricamo sconnesso, che precedentemente era connotativo la foga esecutiva e il valore intemperante della bestia caparbia per antonomasia, la Capra. Ci sono silenzi (tempi), veicolati da uno spazio muto, fatto di colature e trasparenze. La sensazione di sospensione, indica la possibilità dell'avvento del sacro: la comparsa dell'animale sulla scena e con essa, il timore della sua precoce e repentina scomparsa. In particolare, i segni rossi di Caprioli in attesa. Presagio attestano il potenziale tradimento insito anche nella bella stagione: i colori rafforzano l'ossimoro concettuale definendo un quadro "instabile" per incongruenza tra il possibile dramma e l'indubbio lirismo cromatico.
La bellezza del Capriolo sta, allora, nella sua caducità e nella sua possibilità di fuga, di smaterializzazione, nella sua pioggia d'oro di cui ci riempie, lasciandoci storditi per l'incanto.

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