Fata Morgana
Germania, 1971
Durata: 78'
Regia: Werner Herzog
Produzione: Verdi
Una genesi panteista. L'Africa, il deserto, la terra pronta per la nascita della montagna. E dell'uomo: un fermo immagine accompagnato dai suoi detriti
Girato nel Sahara algerino, in Kenya, in Tanzania, nei Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nelle Canarie, il film - diviso in tre parti (La creazione, Il paradiso, L'età dell'oro) commentate da testi in voce off attinti dall'antico libro sacro degli indios guatemaltechi - è una ricognizione sul paesaggio e sulla natura. "Difficile definirlo: documentario surrealista? Film allucinato tra l'etnologico e l'underground informale? Paesaggio in trance? Tentativo di filmare l'infilmabile, qualcosa che è al di là della realtà, delle sue bellezze e dei suoi orrori? Riflessione apocalittica sulla fine di una civiltà?" (Morando Morandini)
"Le allucinazioni che mi circondavano e gli aspetti visionari del paesaggio erano di gran lunga più importanti di qualunque storia." (Werner Herzog)
Questa è la storia dell'inizio / Quando non c'era un uccello, Non un pesce, / Non una montagna. (Popol Vuh - il libro sacro dei Maya)
Tutto il cinema di Werner Herzog ruota attorno a un unico nucleo tematico: lo scontro, latente o frontale, tra le forze dell'uomo e le forze della natura. Fata Morgana (1971) si pone al centro di questa ricerca: è un viaggio in Africa e nell'astrazione delle forme della natura; i protagonisti sono il paesaggio e il deserto; la presenza umana è solo un momento successivo.
Si può dire che questo film - che non affronta direttamente il soggetto della montagna, ma allarga sulla natura la sua visione e le sua ambizioni - è per molti versi più vicino allo spirito della mostra del MART "Montagna arte scienza mito" di quanto lo siano tante altre pellicole più rigorosamente "in tema".
Fata morgana doveva essere in origine una fiction sulla discesa sul nostro pianeta di creature extraterrestri. Avrebbe dunque dovuto mostrare un punto di vista esterno, vergine, su spazi e ambienti divenuti astratti e allontanati dall'abitudine del nostro sguardo. Il successivo vagabondare di Herzog per l'Africa lo ha indotto ad abbandonare l'idea della fantascienza, ma non quella dello sforzo progressivo di conoscenza di una realtà data per ignota. Sta in questo la particolare vicinanza a un mostra che tratta il tema della montagna, simultaneamente, attraverso la scienza e attraverso il mito.
Il film è diventato quindi un montaggio - di luoghi, miraggi, persone - accompagnato da letture ispirate al libro della creazione Maya (il "Popol Vuh") e dalla musica, che svolge una parte essenziale. Sia il montaggio che il missaggio delle musiche sembrano fatti in modo dilettantesco e casuale: le sequenze sono messe in riga e tagliate quando capita; la musica salta con incoerenza da un brano all'altro. Eppure queste immagini, queste musiche, queste parole, trovano una stupefacente unitarietà e creano una serie di ammalianti cortocircuiti tra vero e immaginato, terrestre e extra-terrestre, descrizione e astrazione, bellezza e decadenza.
"Fata Morgana è una poesia ingenua, raffinata, pazzamente kitsch, meravigliosa e triste, comica, forse anche cinica. Un viaggio nel deserto, un'ubriacatura. Un film onnicomprensivo. E tuttavia è una favola, un viaggio, un'esperienza che può continuare per sempre: forse 'trip' è la parola più adatta. Inizia con un enorme aereo che atterra nel caldo, accompagnato da una storia della creazione che suona estranea. E poi carrelli nel Sahara, e panoramiche sul proprio asse, immagini incredibili del calore, paesaggi che sembrano invenzioni surrealiste, e poi ancora le rovine di un mondo fantascientifico, che è il nostro: carcasse di automobili, scheletri di fabbriche, cadaveri di macchine... Continuiamo ad ascoltare i poemi strani, a metà tra la Bibbia, il dadaismo e Benn, eruttivi, semplicemente impossibili - e perfettamente adeguati a questo mondo di immagini di un paesaggio distruttivo e di un paesaggio distrutto. Più tardi compaiono gli uomini, che raccontano storie strane. Soltanto allora il film raggiunge la propria dimensione veramente folle, diventa un'avventura di fantasia e di nonsenso proveniente da un mondo di follia. Ma sentiamo anche la poesia dell'umanità e l'ingenuo fascino del privato." (Alf Brustellin, «Süddeutsche Zeitung»)
"Fata Morgana è un commento sardonico e malinconico sulla posizione dell'uomo nell'universo. Le immagini insinuanti e allucinatorie sono accompagnate dai miti della creazione degli indios guatemaltechi del sedicesimo secolo, e sono sostenute dall'avanguardia tedesca dell'anno 1970. Il film si muove a un livello poetico e visuale: non ha una trama convenzionale, ma utilizza le screpolature che solcano la superficie della realtà (paesaggi di dune, filo spinato, rifiuti industriali, indigeni che non si inseriscono nel proprio ambiente), per evocare una profondità che va oltre il surrealismo e la metafisica. Il paesaggio, benché collocato in Africa, è tuttavia un personaggio dello spirito, archetipico ed eterno. La sterminata e inumana ampiezza del deserto, delle acque e dell'orizzonte, è catturata con movimenti di macchina che rivelano il falso trionfo conquistato con l'appropriazione della terra da parte dell'uomo. Vediamo nel film le ciminiere rosso fiammante di industrie abbandonate in mezzo al deserto, il cui scopo originario resta incomprensibile; vediamo montagne di carcasse di automobili, tubi di ferro, bidoni della benzina, provviste alimentari dell'esercito, che si uniscono simbioticamente ai cadaveri animali in ritratti di famiglia intimi e glaciali, sciogliendosi poi davanti ai nostri occhi. Un mago sofferente ci trasporta in uno stato d'animo poetico, epico, sotterraneamente lacerato (e in questo modo elevato). È conscio delle limitate possibilità dell'uomo, della sua resistenza assurda e della sua risibilità quasi amabile. In questo film Herzog raggiunge un livello artistico sovversivo e cifrato. Qui, lavorando con il materiale della realtà, il regista ritrova il trascendente sotto al superficie visibile delle cose." (Amos Vogel, «Village Voice»)