Il cinema è morto, lunga vita allo schermo
Futuro Presente. Screen. Nuovi schermi del futuro
Incontri
incontro con Peter Greenaway
Il cinema è morto. I creativi non fanno più cinema in senso tradizionale, ma investono le loro energie nelle nuove tecnologie. Il futuro è nel digitale.
L'incontro con Peter Greenaway verte sul concetto di sperimentazione in campo cinematografico, e sul tentativo di superare quelli che sono per lui i principali limiti del cinema tradizionale, e cioè la trama narrativa, gli attori, la cornice e la macchina da presa. Il ricorso alla tecnologia digitale, anche derivata da altri media, è vista dal regista come una grande opportunità per approdare a un genere di opera cinematografica non vincolata a un solo punto di vista, ma fruibile in maniera multidimensionale.
Figura di spicco del cosiddetto rinascimento del cinema inglese, Peter Greenaway è un regista prolifico che in oltre venticinque anni di attività, sedici lungometraggi e uno sterminato numero di cortometraggi, ha tracciato un percorso artistico esemplare nel quale sono confluiti non solo il suo straordinario eclettismo e i suoi interessi ma anche una naturale predisposizione ad avventurarsi verso nuove frontiere.
Amante ed esperto di pittura, concepisce il cinema come arte figurativa. Il suo sguardo si volge allindietro, ai suoi pittori preferiti Tiepolo, Veronese, Bronzino e più in generale tutto il barocco e il manierismo ma la sua creatività riesce a dare nuova vita a quei capolavori trasformandoli in scenari naturali o riferimenti per le storie raccontate dal suo cinema.
Basta percorrere sommariamente la sua grande produzione per cogliere, accanto alla centralità dellelemento iconografico, anche un confronto continuo con il concetto di sperimentazione. Da I misteri del giardino di ComptonHouse (1982) a Lo zoo di Venere (1985), da Il ventre dellarchitetto (1987) a Il cuoco, il ladro, sua moglie e lamante (1989) passando poi per Lultima tempesta (1991), I racconti del cuscino (1995), Le valige di Tulse Luper (2003) o Nightwatching (2007) e Rembrandt's J'accuse (2008), Greenaway cerca di superare i limiti del cinema tradizionale. Una tensione, questa, che lo spinge anche a ricorrere alla tecnologia digitale nellintenzione di dare forma a un genere di opera cinematografica non vincolata a un solo punto di vista, ma fruibile in maniera multidimensionale. Sono i nuovi orizzonti della settima arte e di questi il regista inglese parla nellincontro dal titolo Il cinema è morto, lunga vita allo schermo al cui termine viene proiettato anche il cortometraggio Rosa realizzato assieme alla coreografa Anne Teresa de Keersmaeker della compagnia belga Rosas - e ne fornisce anche un esempio concreto nella VJ performance Tulse Luper.
organizzazione: Associazione Incontri Internazionali di Rovereto