Japón
Nuovo Cineforum Rovereto. Autunno 2004
Messico/Germania/Olanda, 2002
Titolo originale: Japón
Genere: Drammatico
Durata: 130
Regia: Carlos Reygadas
Cast: Alejandro Ferretis, Magdalena Flores, Yolanda Villa, Martín Serrano
Messico. Alla ricerca di un luogo dove prepararsi alla morte, un uomo trova alloggio in un paesino presso unanziana donna. Il rapporto con lei inaugurerà un lento ritorno alla vita. A metà strada tra naturalismo e cinema meditativo, un racconto coraggioso e struggente sulle piccole emozioni nascoste nelle pieghe del quotidiano.
Tra lunghi piani sequenza ed un sapiente uso della musica, una pellicola che non somiglia a nessunaltra del panorama cinematografico attuale, opera prima di un giovane cineasta messicano che ha ben presente la lezione di Tarkovskij. Camera dor al Festival di Cannes 2002.
Escluso dalla retrospettiva pesarese sul cinema messicano per la contemporanea e tardiva uscita in sala, dopo due anni dalla Camera d'or vinta a Cannes 2002, il film Japón ci conferma il buon momento creativo del cinema messicano, dentro e fuori i confini nazionali. Anche se a leggere i dati del 2003 la situazione produttiva non sembra affatto felice (su duecentosettantacinque film distribuiti in Messico solo venticinque sono di produzione autoctona) e gli stessi Cuarón e Iñárritu sono ascrivibili ormai all'industria statunitense.
Il film si apre con un camera car che dopo stacchi bruschi e ripetuti ci conduce dalle vie di Città del Messico a un territorio rurale aspro e assolato dove il protagonista inizia il suo viaggio verso un tentativo di annullamento di sé che lo dovrebbe condurre alla morte.
Prima spia di questo desiderio di morte lo troviamo nell'inquadratura, un po' troppo crudele e insistente, dell'uccello ferito dai cacciatori e da lui decapitato.
Le belle immagini in cinemascope con tanta luce che decolora e sgrana la pellicola in 16 e 35mm, i molti silenzi, i rumori della natura, l'intensità dei volti creano un'atmosfera così corposa da ripagare lo spettatore dal ritmo lentissimo e da certi esibizionismi estetici tipici dei film da festival.
Carlos Reygadas (1971), che ha abbandonato la carriera avviata con studi di diritto internazionale per dedicarsi al cinema, in questo suo primo lungometraggio mostra un ottimo istinto visivo: uno degli aspetti più interessanti è la distanza che sceglie dai volti degli attori.
Proseguendo l'on the road, stavolta pedonale, il protagonista arriva in un villaggio poverissimo immerso un canyon. Chiede alloggio a un'anziana meticcia, Ascen (ascensione o assunzione?) che vive come un eremita, in una casa isolata che domina la vallata.
Una bella carrellata sulla legna e sui campi coltivati è lo sguardo del protagonista indurito dal suo tormento che si schiude nell'osservazione della magnifica natura. Dipinge con in cuffia la Passione di Matteo di Bach (inevitabile pensare a Pasolini, vista anche la lunga sfilata di bambini davanti alla macchina da presa fissa sul sentiero). Ritmi lenti e gesti quotidiani che assumono un carattere di sacralità più che di minimalismo. L'atmosfera ci ricorda il Kiarostami de Il sapore della ciliegia.
A volte i toni si fanno troppo ieratici e il ritmo noioso, come nell'insistita ripresa aerea sulla cima dove l'uomo tenta il suicidio accanto al cadavere di un cavallo, ma c'è anche un po' di ironia a smorzare i toni come quando l'uomo offre alla donna una boccata di marijuana e lei, impassibile, gli chiede: Me la raccomanda?. O il racconto fatto dalla vecchia di un suo nipote picchiato in carcere perché si masturbava con l'immagine della Madonna.
Reygadas non ha paura di volare alto e di rischiare qualche pretesa eccessiva: un totale del cielo, qualche fuori fuoco di troppo, l'enfasi di alcune sottolineature musicali: Bach, Arvo Part, Dmitri Shostakovich, però ha l'abilità nel calarci in questo mondo di ricerca dell'essenziale: Bisogna lasciare ciò che non è necessario, dice il protagonista. E sa delineare questi luoghi e questi volti ripresi in modo insieme fenomenologico e un po' allucinato.
Due cavalli fanno l'amore, i bambini guardano divertiti, nella taverna si beve al suono di uno stereo che diffonde brutta pop music e che l'uomo ubriaco butterà a terra per poter ascoltare il suo Bach.
Tra l'uomo e l'anziana donna si crea un rapporto che va al di là delle loro enormi differenze di vita, di età e di cultura. La donna sfoglia il libro di disegni astratti dell'uomo, lui le propone di avere un rapporto sessuale che lei accetta imperturbabile.
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organizzazione: Associazione Nuovo Cineforum Rovereto