La professione della signora Warren
Trento a Teatro
Stagione di Prosa
Teatro Stabile di Bolzano
La professione della signora Warren
di George Bernard Shaw
traduzione Angelo Dallagiacoma
regia Marco Bernardi
scene Gisbert Jaekel
costumi Roberto Banci
con Patrizia Milani, Carlo Simoni
Bisogna riconoscere che nessun autore contemporaneo può stare alla pari con George Bernard Shaw per prolificità e vitalità, per vigore intellettuale, per appassionata eloquenza, per lo stile della prosa. Egli rimarrà vivo per sempre nella storia della scena inglese come il caposcuola di un teatro polemico scritto in una prosa inimitabile, il naturale maestro della parola parlata, il maggior esponente del cosiddetto Teatro di Idee. Il suo non era un teatro di poesia ma di polemica, ricco non di romanticismo ma di idee. Egli giocava con le questioni e i problemi sociali come gli elisabettiani avevano giocato con le immagini e le metafore. Shaw, premio Nobel nel 1926, lavorava senza posa per trovare le cose giuste da dire, e poi le diceva con estrema leggerezza. E in tutto questo, spiegava: La cosa veramente divertente è che sono sincero.
Shaw prediligeva La professione della signora Warren (1893), la più celebre delle sue tre Commedie Sgradevoli, e proprio per questo non si rassegnava alla caparbietà della censura che gli permise di farla rappresentare ufficialmente solo nel 1924, dopo quasi trentanni di anticamera. Nella commedia, Shaw dà un saggio, straordinariamente esemplare a tratti, del suo linguaggio, del suo tipico umorismo, creando un formidabile meccanismo teatrale in cui il paradosso si intreccia con la critica sociale.
Vivie, una ragazza moderna, spensierata ma onesta, scopre che la madre deve la sua ricchezza ai proventi di varie case di malaffare sparse in tutta Europa. Ne è inorridita e ha un vivace scontro con lei: ma la signora Warren le dimostra che non lei con la sua professione, ma la società con la sua morale fatta di compromessi e ipocrisie è la responsabile di certi mali: non è punendo le vittime che è possibile correggerli. Vivie comprende queste ragioni ma non può continuare a vivere con lei; deve dirle addio perché la colpa di sua madre è di essere intimamente convenzionale, mentre lei, Vivie, è convinta che si debba scegliere la propria linea e seguirla fino in fondo. Decide quindi di vivere lavorando, rifiutando di contrarre un vantaggioso matrimonio.
organizzazione: Centro Servizi Culturali S. Chiara