Nói Albinói
Giovedì al Supercinema
Islanda/Germania/Gran Bretagna/Danimarca, 2003
Titolo originale: Nói Albinói
Genere: Drammatico
Durata: 90'
Regia: Dagur Kári
Cast: Tómas Lemarquis, Throstur Leo Gunnarsson, Elin Hansdóttir, Anna Fridriksdóttir
Chi è Nói: lo scemo del villaggio o un genio incompreso? Il diciassettenne Nói vive in un fiordo remoto nel nord dellIslanda e si lascia trasportare dalla vita. Nói sogna di fuggire da questa prigione dalle mura bianche assieme a Iris, una ragazza di città finita a lavorare nello squallido bar annesso al distributore di benzina. Ma tutti i suoi maldestri tentativi di fuga falliscono miseramente.
Avete mai visto un film islandese? Ricordate il nome di un regista? Andate a vedere questo Nói Albinói, film divertente e malinconico del giovanissimo Dagur Kári, trapiantato in Danimarca durante gli studi e tornato in patria per raccontarcene un pezzetto, e saprete qualcosetta di più.
Se cè un richiamo letterario in Nói Albinói, questo riguarda un autore classico assolutamente nostrano, che nellOttocento cantava di uomini destinati allinsoddisfazione e al malumore, alla ricerca e alla disillusione. Tra le Operette morali Giacomo Leopardi ne scriveva una, Dialogo della natura e di un islandese, dove la natura si presentava come una donna enorme, distesa e allungata, pacifica e tremenda, imperturbabile e immobile. E il povero piccolo islandese la interrogava sul perché dellinquietudine umana, perché luomo soffrisse sempre e perché la natura non facesse nulla per placarne linsofferenza, e anzi insistesse col caldo e col freddo, con le valanghe e le inondazioni, con il vento e con la neve. La risposta era che per la natura, ferma nella sua ferma indifferenza, luomo semplicemente non esisteva, era solo parte di un meccanismo, una delle centinaia di specie viventi di passaggio in questo mondo. Una misera entità tra le tante, sperduta nellinfinito potere della natura. E non a caso Leopardi sceglieva come interlocutore un islandese, un uomo che viene dai ghiacci e dal freddo, per interpretare la globale insofferenza umana.
In Nói Albinói è pressappoco così. La camera di Dagur Kári fa lunghe panoramiche sul bianco spettrale di Bolungarvik, un microscopico paesino islandese di meno di mille anime, latteo e deserto, sommerso dalla neve e immerso nelle montagne, perso nel bianco e nellazzurro gelido del paesaggio glaciale. Una marmorea femmina, sdraiata a guardare, silenziosa e inerme, che assiste immobile alle vicende di questi omini infreddoliti e che, alla fine, si muove, diventando però punitiva e inesorabile.
In questa scenografia naturale vive ladolescente Nói, giovane ribelle islandese, insofferente allo studio, alla scuola, alle regole a priori, intollerante al clima e allo studio, alla casa e alla famiglia (la nonna, interpretata da una bravissima Anna Fridriksdóttir che, prima di approdare al cinema con questo film, consegnava la posta nella zona del giovane regista Kári) e il padre alcolizzato, a volte particolarmente assente e in altre assolutamente invasivo. Tra assenze a scuola, giri nei pochi negozi e nel bar del paese, Nói incontra Iris, tornata, invece, dalla grande città nel paesino dorigine. Come nei classici, la coppia tenta una fuga. Che non riesce. Nói (Tómas Lemarquis, un attore albino), sembra quasi capitato lì per caso. La sua testa senza un pelo, senza un minimo di protezione verso il gelo tutto intorno, sembra una burla della natura stessa, una volontà precisa di deridere e di separare Nói dal resto della piccola comunità, di renderlo quasi una sorta di Calimero.
Immune a ogni tentativo di omologazione, incapace materialmente di fuggire da un luogo tanto nemico, Nói si crea le sue nicchie dove rifugiarsi (fisiche e psicologiche), con le quali reagisce allesterno. E poi scopriamo che uno psicologo lo reputa un genio, lo seguiamo nei folli giri col padre, tifiamo per lui quando tenta una rapina nella banca (ce nè solo una!) dove tutti lo riconoscono e non lo prendono sul serio (vi ricordate Prendi i soldi e scappa, Woody Allen, 1969?). E ridiamo. Perché Nói Albinói è praticamente un film dogma, ma non rinuncia a rappresentare il paradosso delle cose in una forma tale da virare verso il sorriso e, a volte, verso la risata. La nonna che prepara per Nói torte a forma di palme, il padre, maniaco di Elvis, che indossa camice hawaiane e guida un taxi sul quale non sale mai nessuno, un professore del liceo che parlando francese spiega come fare una maionese, e le musiche degli Slowblow (il gruppo del regista) che sottolineano ironiche lassurdità di ciò che gira intorno a Nói. da: