Ritmo ternario

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Ritmo ternario
Opere di Claudia Cervo, Massimo de Angelini, Alda Failoni

L’arte è il rapporto tra le persone e gli oggetti e tra questi e l’ambiente, in un certo senso la pittura ci rivela il segreto più intimo del mondo perchè ci mette in contatto con l’essenza più profonda delle cose. E gli artisti per dipingere un’opera d’arte devono immergersi nella vita non solo per raffigurarla, ma per cogliere il segreto che la anima, facendo coincidere la perfezione etica con quella estetica. L’unione di queste due dimensioni è il risultato cui tendono Claudia Cervo, Massimo de Angelini e Alda Failoni. Ognuno, in modo autonomo, lascia scaturire dalla propria creatività dei tratti che danno origine a forme: corpi per Claudia Cervo, volti e paesaggi per Massimo de Angelini e oggetti per Alda Failoni. I corpi mutano, le cose si perdono, i paesaggi si deteriorano, tutto cambia, tutto procede verso un’evoluzione continua: la vita. Passato, presente, futuro. La vita che è eterno movimento e che, eternamente, ritorna al principio, in un ciclo vitale mosso da un energia che non ha tempo, non ha principio nè fine, è. Energia che possiamo definire anche, parafrasando Wassily Kandinsky, suono interiore che, quando viene intuito dagli artisti, carica le loro opere di forza nel segno e nell’espressione e permette di realizzare le vere forme d’arte. È una vibrazione che si percepisce sottile, nella musica di Fabio Mini, nei dipinti di Claudia Cervo, Massimo de Angelini e Alda Failoni. Ognuno in modo diverso si è trovato a fare i conti con il concetto di essere, di vita, di continuo mutamento.

Claudia Cervo con le sue figure di carta e con quelle di juta ha perpetuato il ciclo vitale di nascita, vita e morte, con una semplicità disarmante, immagini immediate, incisive, eterne. Il Compianto è un dipinto di rara bravura non solo nell’intuizione del motivo, del contenuto, ma nella sua realizzazione con una prospettiva diversa, a livello del suolo, dove la contrapposizione tra l’impalpabile leggerezza del sudario bianco, che non è più corpo, e la salda struttura delle gambe nere degli astanti, pulsanti vita, attraverso l’abile gioco dei fili di juta che trasportano la linfa vitale, determina la forza della composizione.

Massimo de Angelini invece crea i propri dipinti plasmando, sullo stesso supporto usato dalla Cervo, la juta, terra e sabbia mescolate a colla e colore, e in tal modo riesce a concretizzare quello che altre volte abbiamo definito come luoghi del pensiero, ovvero immagini di luoghi lontani, orizzonti tagliati da un sottile lembo di materia o dissolvenze in cui il cielo e la terra si fondono e dove l’intervento esterno di un elemento estraneo, come il filo di ferro, ci riporta alla contemporaneità. O i suoi volti e le sue figure che sembrano nascere dalla terra stessa o ritornare in essa, perpetuando il mito dell’origine dell’uomo.

La ricerca della necessità interiore delle cose che appartengono alla sfera del quotidiano ma appaiono dipinte come fossero delle forme meravigliose, è il pretesto di Alda Failoni per evocazioni che risvegliano in noi i ricordi di un vissuto più o meno lontano. Le grandi peonie e le rose sospese nello spazio, perdono ogni consistenza, esistono nel loro essere e non essere, simboli della caducità della vita, della vanità delle cose belle e le conchiglie bianco perlacee poste a fianco, silenziose e immutabili, ci portano a un mondo altro, fatto di simboli e riferimenti. Immagini di una bellezza straordinaria, dipinte con grande abilità da un tocco esperto, guidato dall’intuizione di quella vibrazione interiore che sta nelle cose e che solo l’arte per mano di un uomo o donna può in infiniti modi diversi far percepire, godere e amare. In fondo si tratta semplicemente della traduzione della vita. Che è bellezza. Comunque.
Federica Luser

Contrappunto a tre voci in ritmo ternario
Cervo, de Angelini, Failoni: terra e uomo, umanità in cammino e cose dell’essere nel mondo.
Vertigine del segno che si fa filo, piega, nervatura; vertigine della pittura che sfoglia la malinconia; vertigine della materia colore che addensa, dagli strati geologici della terra, concrezioni di umanità. Vertigine del senso, che è quasi scandaloso cercare nel mondo disincantato delle apparenze e del facile consumo che l’ha bandito come irrilevante. È l’intensità il collante del lavoro dei tre artisti, che ritrovano quella recondita essenza di vita che ha radici negli strati simbolici scavati in profondità nel reale. Il trittico Claudia Cervo, Alda Failoni, Massimo de Angelini è compresenza che ha respiro, pulsazione, linfa vitale. È formazione che, unita in un trio, intreccia le voci dei tre differenti registri, contrappunto in ritmo ternario che riconduce le diversità dei tracciati alla partitura comune che narra, nel viaggio dell’esistere, la vita. Potente e eterna come il pensiero che prende forma è la realtà che batte dentro le cose, quella che emerge, nel piegare, nello sfiorare con i pennelli, nell’aggregare la materia. I tre artisti non immaginano favole, ma rintracciano nel mito sempre uguale e cangiante di mondo, corpi e oggetti, il mistero sotteso all’infinito meccanismo universale: nel magma che concreta paesaggi primordiali e archetipe sembianze (Massimo de Angelini), nel fervido flusso rosso sangue che accoglie l’urlo di vita o nella sospensione attonita che il biancore immoto della morte lascia nell’aria (Claudia Cervo), come nello struggimento silente di fiori immacolati, oggetti d’uso o frivoli soprammobili dall’apparente fragilità che, simulacri, motori di ricordi, inventano, nel quotidiano, la bellezza dell’esistere (Alda Failoni). La consistenza materica della pasta cromatica dai toni terrosi venati di verdi, di azzurri e di grigi diviene nel lavoro di Massimo de Angelini orizzonte che dilata lo spazio indeterminato di terra e acqua, fecondo regno geologico della materia dal cui fertile humus di crepe o zolle emergono, consolidandosi, esseri, figure senza volto come visi senza corpi, presenze antiche e sempre nuove di generazioni che si avvicendano, in infiniti echi di passi in movimento. Nessuna increspatura, invece, turba l’apparente compostezza delle Vanitas di Alda Failoni. Vasi di fiori bianchi di grazia maestosa e solenne, sbocciati da tempo e fermati nella immacolata nostalgia che la felicità ha in sé. Attimi intrisi di silenzio e permeati di luce. Continuano a vibrare, nella esattezza descrittiva che ha la nitidezza di un sogno, fuori del ciclo che consuma, getta e dimentica. Stanno in assorto stupore, trasformati in stati della mente, carichi di ineffabile voluttà. Sono figurazioni tratte dall’epica del quotidiano quelle di Claudia Cervo, Ex corpore, corpi che vivono momenti che dei riti di passaggio conservano tutta la pregnanza, Maternità, Fuoco, Morte. Con juta e fili, con carta e pochi essenziali colori, bianco, nero e rosso, la Cervo modella la storia di un’umanità in cammino. Da sempre e per sempre. Nelle pieghe impresse alla carta o nel sottolineare con il filo le linee di forza della tela, il ritmo dei muscoli e dei nervi nell’impetuosa Maternità, come nel travolgente Compianto, la Cervo articola e rende visibili i segni di estasi e tormento che il corpo emana. Nei tre tempi di un concerto che spazia dalla visione d’insieme al dettaglio, dall’umanità che nasce sulla terra al viaggio di vita dell’essere umano e agli oggetti che definiscono i luoghi del suo vivere, il pensiero visivo di Claudia Cervo, Massimo de Angelini e Alda Failoni, permeato di umanesimo, è ricerca senza posa nell’arte che rende visibile l’invisibile (come suggeriva Paul Klee), per accedere all’autenticità che può e deve poter continuare a illuminare le cose. Dal di dentro. Myriam Zerbi


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