Sebben che siamo donne...

Mostra

Mostra nell'ambito di "Palazzo Libera per l'arte contemporanea". Inaugurazione sabato 17 settembre alle ore 19:00 con l'intervento del critico d'arte Angela Madesani. La rassegna ospita le opere di otto artisti: Pietro D’Agostino, Katia Dilella, Loredana Galante, Julia Krahn, Angelo Morandini, Silvia Nòferi, Alberta Pellacani e Claus Vittur; impegnati a fornire la loro personale lettura sul tema del femminile.

Presentando l’evento SEBBEN CHE SIAMO DONNE…, in calendario dal 17 settembre al 22 ottobre 2011 a Palazzo Libera, Villa Lagarina (TN), la curatrice della mostra, Angela Madesani, così sintetizza il lavoro degli otto artisti partecipanti:

«L’opera di Angelo Morandini, intitolata Penelope chiama Ulisse (2007) è un chiaro riferimento all’ambito classico, a Penelope, che, paziente, aspetta Ulisse e tesse la sua tela. Ma qui le cose sono mutate: i fili sono di rame, intrecciati con i tasti del computer. Sono materiali che troviamo anche in altre opere dell’artista trentino. Il riferimento è ancora una volta al mondo del lavoro. Se per buona parte del XX secolo l’idea di emancipazione femminile è stata accomunata con l’idea del lavoro fuori casa, con la fabbrica, l’ufficio, attualmente le cose stanno mutando. La forma del lavoro sta cambiando totalmente. Siamo nell’età del libero professionismo forzato, delle partite IVA da miseria. Spiega Morandini: «Anche se il lavoro è necessario per sopravvivere rimane un senso di frustrazione e di sottile odio verso lo strumento che a volte ti tiene in scacco. Così ho deciso di trasformare i tasti, che mi hanno tenuto incatenato. Li ho rotti, purificati, disinfettati e ho dato loro vita nuova, la loro missione è vitale, giocosa ma contengono il potenziale della ribellione».

Gli ambienti domestici sono al centro della ricerca di Katia Dilella, stanze prive di presenze umane, non è il vuoto, ma solo l’assenza. Si presume che in altri momenti sia la vita. La tavolozza dei colori è minima. Come se ci trovassimo di fronte a degli appunti visivi, a una sorta di quotidianità, che tuttavia non è autoreferenziale. Non è autobiografia la sua, piuttosto biografia di molti. L’apparente povertà di fondo è un’assenza di elementi, nessun orpello. A chi guarda è lasciato lo spazio di immaginare, di popolare quei luoghi dove si scandiscono le ore dei diversi vissuti.

Sono rare le presenze umane nei dipinti di Claus Vittur. E quelle poche sono sempre donne. Donne che guardano oltre una soglia per noi solo immaginaria, donne che aspettano. Nella sua pittura è il silenzio. Non ci sono racconti di sorta. Vi è piuttosto il rimando alla storia della pittura, a quella del Novecento italiano, ma anche alle atmosfere del tedesco Friedrich o del danese Hammershøi. Anche qui è l’assenza. L’atmosfera è poetica, evocativa di quanto non è dato sapere. Tra le opere in mostra un teschio, un memento moridel nostro tempo in controtendenza alla ricerca spasmodica di un’eterna quanto vacua giovinezza. Il nostro è un tempo di non accettazione dell’invecchiamento, del passare del tempo e dunque della morte. Qui è come un accento, un suggerimento a bassa voce: ricordati che non sei eterno. Se le sue, come mi è capitato di scrivere, sono immagini del possibile con questa è l’ineluttabile verità.

Nel video del 2008 di Pietro D’Agostino la riflessione è sull’apparizione e sulla scomparsa dell’immagine. Nessuna implicazione sociale. L’immagine è quella di una donna, una danzatrice (Alessandra Cristiani), che si libra nel bianco puro. Non riusciamo a scorgerne i tratti fisici, quella che vediamo muoversi è una sagoma, una traccia nel vuoto. Come una sorta di sindone fluttuante. La ricerca dell’autore è sul rapporto tra luce e immagine, sul suo farsi e disfarsi, sul suo comporsi nello spazio in un alternanza poetica di presenza e assenza.

In controtendenza con le altre opere in mostra, quella di Silvia Noferi è una vera e propria storia, quella di Angelina e il cane, che dà il titolo al suo lavoro del 2007. Angelina, appunto, è una ragazza che è entrata quasi per caso nella vita di Noferi. L’artista toscana conviveva con Angelina. Il medico di quest’ultima, per alleviare il suo disagio esistenziale, le aveva consigliato di adottare un cucciolo. Silvia Noferi inizia, così, a scattarle delle foto insieme al suo piccolo bulldog inglese. Una sorta di risposta a quanto le stava piombando addosso giorno dopo giorno. Il femminile di una persona disagiata che viene osservata, fotografata, raccontata da un’altra donna che cerca in questo modo di aiutare entrambe.

Le due opere in mostra di Julia Krahn sono intitolate Mutter(2009) e Vater und Tochter (2011), madre e padre e figlia. Sono due opere in cui è presente l’artista stessa. In Vater und Tochter è una pietà, una composizione particolarmente diffusa in epoca rinascimentale, dove Maria tiene sulle ginocchia il corpo del figlio, Gesù, privo di vita, in seguito alla passione e alla deposizione. Non a caso si tratta di un’iconografia di derivazione tedesca, il Vesperbild, una scultura di matrice devozionale tardo-medioevale. Come nei Vesperbild tedeschi anche nel lavoro di Krahn il panneggio della veste è fluente, oserei dire scenografico. La sua è una considerazione nei confronti di una situazione che riguarda molti di noi: la sofferenza per la mancanza del genitore. Talvolta una mancanza reale, a causa della perdita, ma anche mancanza d’amore, quando essi sono presenti. Qui è una riflessione sul ruolo dei genitori nella nostra vita, la loro è una presenza che si trasforma e che andiamo a cercare in altre figure, durante tutto il nostro cammino. Quella di Krahn è una ricerca di matrice esistenziale, in cui è un chiaro riferimento autobiografico.

Il grande paio di collant bianche di Loredana Galante sembra fatto per una sposa, tema sul quale l’artista genovese ha già lavorato. Il titolo è del lavoro è A due generazioni di distanza: toujours la même feuille. La riflessione è ancora una volta sui ruoli: figlie madri, sorelle. Qui è anche una componente autobiografica. Le cose si ripetono spesso, solo apparentemente uguali a loro stesse: «Toujours la même feuille, toujours la même mode de dépliement, et la même limite, toujours des feuilles symétriques à elle même , symétriquement suspendues!», così i versi di Francis Ponge. L’artista stessa afferma: «Se potessimo capire il mistero dietro ad un oggetto o a una parola, forse potremmo comprendere chi siamo e cos'è il mondo».

Quello di Galante è un lavoro sulla memoria personale, che poi si fa collettiva. Il centro anche qui è la famiglia con le sue dinamiche, con i suoi rituali, restituiti in maniera anticonformista e partecipata come nel suo stile di vita e di ricerca.

Nella ricerca di Alberta Pellacani l’interesse nei confronti della dimensione sociale, impegnata, in tal senso il lavoro appena realizzato nella Piazza Grande di Modena, intitolato UUU UnaUnicaUnità, si fonde con un’attenzione squisitamente privata nei confronti della dimensione spirituale. E qui sottolineo spirituale e non religiosa. Così in Salto (1996), in mostra, costituito da una parte video, da una parte fotografica e da una parte scritta. Qui l’artista modenese ha riversato la sua attenzione sulla difficoltà di trovare sicurezze interiori. Un lavoro di quindici anni fa, ma oggi più che mai attuale. Una ricerca vista e analizzata in una prospettiva interamente al femminile, in cui sono colti dei corpi nella purezza della loro nudità, fisica, ma anche interiore.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo (Ed. Publistampa, Collana Arte) in cui sono pubblicate le immagini di tutte le opere esposte e un saggio critico (italiano/inglese) firmato da Angela Madesani.


organizzazione: Comune di Villa Lagarina - PROMART Libera associazione per la promozione della Arti

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