I maestri di grammatica

05/09/2014 Administrator User
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I maestri di grammatica
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La terza forma di scuola è documentata in modo più diffuso, ma incostante, fino al XIV secolo nella corrispondenza dell'archivio consolare conservata nella Biblioteca comunale di Trento, per divenire in seguito una costante tra i problemi cittadini da risolvere per gli amministratori pubblici. Un'opera di Bonvesin da Riva (di Riva del Garda o della riva di Porta Ticinese a Milano?) dal titolo De vita scolastica sive de discipulorum praeceptorumque moribus,(la vita di scuola, ossia regolamento per docenti e discenti), composta di 468 versi, è un piccolo ma completo compendio, quasi un contratto tra il magister gramaticae e il discipulus, sia per le cose pratiche (la retta da pagare, l'uso dei libri, la puntualità, l'obbedienza, il rispetto da usare al maestro), sia sul piano pedagogico e didattico (lettura assidua, annotazioni frequenti e precise, formulare dubbi e chiedere spiegazioni, esercitare al massimo la memoria). Importa poco se Bonvesin sia stato o meno di origine rivana, abbiamo un'altra testimonianza di un suo collega, doctor artis grammaticae, Stefano da Cles che, nel gennaio 1373, per uno stipendio di 18 marche (una moneta certo ragguardevole per i tempi), si era impegnato ad istruire 18 giovani nonesi per un corso quadriennale di studi. Ritroviamo a Trento maestro Stefano, "figlio di un maestro trentino da Cles della valle anaunia e della diocesi tridentina", per assistere alla tonsura di uno scolaro "licenziato", Francesco di Bartolomeo da Borgo, detto Polenton, parente di Sicco, l'autore della Catinia. Qualche storico afferma che maestro Stefano ebbe a Trento per discepolo anche Rodolfo Bellenzani, dato che quel famoso, rivoluzionario promotore della liberazione dal potere vescovile per l'autonomia comunale, fece i suoi studi a Trento dal 1380 al 1390. Noi possiamo peraltro provare a fare attorno ad un sol personaggio alcune considerazioni:1) maestro Stefano non è soltanto un libero professionista, ma è anche erede di una professione che si tramandava di padre in figlio, come è frequentemente documentato nell'archivio consolare; 2) egli esercita la professione da un luogo più decentrato, Cles, ad un luogo più centrale e quindi più importante, Trento, e, da semplice magister, deve aver raggiunto un ruolo di primo piano, perché viene chiamato doctor gramaticae, retoricae et loicae, i tre gradini della scuola media e superiore; grammatica era detta con Brunetto Latini la scuola del latino, fino alla terza classe della scuola media di un tempo, retorica la scuola del ginnasio, loica l'attuale liceo classico; 3) egli a Trento assiste alla "tonsura" di uno scolaro licenziato, cioè di un giovane chierico cui si attribuisce la licentia docendi,una specie di attestato superiore che consentiva di fregiarsi del titolo di literatus (istruito, colto), mentre per altri giovani l'attestato era di licentia in utroque (iure)= esperto in diritto canonico e civile. Si trattava dunque di attestati quasi universitari, rilasciati alla presenza del vescovo, con rito solenne, in sostituzione di quanto avveniva nelle Università, accentuando l'autorità di alcuni magistri e doctores locali e della chiesa che rilasciava gli attestati. Si può aggiungere un'altra considerazione: un certo qual movimento culturale che va aumentando dalla periferia verso le città e che rivela un nuovo abbozzo culturale non sempre e non solo all'ombra delle cattedrali e dei monasteri come, partendo dal monaco Secondo nel VI secolo, fu poi per fra Bartolomeo e fra Antonio da Trento nel XII secolo, ma ora anche in senso laicale, come Sicco Polenton e, per altro verso, il Bellenzani sembrano attestare.
Anche la durata degli studi e l'età degli studenti non coincidevano con le nostre consuetudini: accanto a giovani adolescenti sedevano adulti e persone di rango elevato, non certo fanciulle, per esse sono documentate le magistrae puellarum per un insegnamento più pratico, educazione domestica, cucito, e anche letterario, impartito a piccoli gruppi e sempre in case private. Solo nel XVI secolo si conoscono nomi di dame o di badesse trentine esperte nel leggere e scrivere in latino. Nel XIV secolo siamo in un periodo di graduale passaggio dalla istruzione privata , per pochi e fortunati scolari, alla scuola pubblica, cioè voluta e pagata dalla comunità per garantire ai giovani un insegnante fatto venire per pubblica chiamata. Ne consegue che nei secoli XV e XVI nei documenti d'archivio, accanto all'intervento dei vescovi, vi è il costante interessamento dei consoli e provveditori della città per l'istruzione dei giovani, attraverso numerosi nominativi di maestri chiamati da varie città d'Italia, cui erano fatti sottoscrivere minuziosi contratti per venire a capo di qualsiasi imprevisto. Ecco a quali condizioni nell'anno 1462 la comunità chiede a maestro Polo da Mantova: "che vegna a tegnir schola a Trento per doi ani con bona diliencia: item che la dita comunitate gli dia la caxa da tegnir la schola; che cischadun scolare da tavola persina al primo latino paghia g. 4 de bona moneda e dal primo latino insino a lo impersonale g.7 e li mazori li paghia g. 10 de bona moneda per uno ano. Item che cischadum scolare paghia ogni tre mesi la parte de lano. Item se uno scolare scomenzase ad andare ala schola e non persevirase per tuto lano, paghia la rata pel suo tempo chel sarà andato a schola". I contratti sono numerosi, alcuni sono nell'archivio di Riva, vi si trovano riferimenti a scolari dozzinanti, alla fornitura di legna per riscaldare l'aula e si assicura al maestro l'esclusiva dell'insegnamento con eccezione per l'insegnamento primario, affidato alla famiglia, per il maistro dela schola todesca, segno che esisteva in città un buon gruppo di famiglie germanofone, e per il maistro de l'abaco, data la storica divisione delle materie tra letterarie e scientifiche.
Anche da quel contratto si possono ricavare varie considerazioni: 1) la mancanza della scuola primaria, come si è già evidenziato. Gli scolari de tabula rappresentavano certamente il primo grado di scuola media, portavano ancora la tavoletta cerata e lo stilo per fare gli esercizi più semplici e poi cancellarli, voltando lo stilo e riutilizzando la tavoletta; 2) è peraltro già presente una certa divisione di programmi, quasi un passaggio da un anno all'altro, il primo latino evidentemente indica il compitare e scrivere sotto dettatura; vengono poi le declinazioni e le coniugazioni fino a lo ‘impersonale'. La restante parte della grammatica fino alla sintassi dei casi e del periodo riguardava ‘li mazori', i più grandi appunto. 3) L'esclusiva dell'insegnamento non escludeva la presenza di più maestri nella stessa scuola. In quel periodo esistevano magistri rectores, instructores, professores, repetitores, con una certa, diversa importanza nella graduatoria di merito, con un capo, rector,alcuni instructores e qualche assistente o repetitor;4) se ne ricava anche un diverso ruolo dei maestri nella società del tempo. Se torniamo alla professione dei maestri di grammatica, essa aveva nella società dei secoli XIII- XVI un ruolo più ampio, con altre attività oltre a quelle di insegnamento cui potevano essere chiamati ad operare. Nell'anno 1452 un certo maestro Zanello di Riva scrisse in bella calligrafia gli statuti nuovi della città per un compenso di L.15, ma a Trento viene ingiunto a maestro Polo " che non si impacia in altri ofizi se non in quelo dela scola". Non a tutti quindi eran graditi gli altri "ofizi"che il maestro assumeva per arrotondare le entrate. Inoltre il maestro, nella medievale suddivisione delle arti e dei mestieri, risultava aggregato alla corporazione dei notai e giurisperiti, forse per una certa affinità tra i magistri e gli scriptores (notai). L'unione delle due professioni ci viene documentata in varie pergamene: Nicolò o Nicolino, notaio di Meclo, è detto "sapiente signore, e rettore delle scuole a Trento"; è insignito di importanti incarichi pubblici tra i quali "vicario delle valli di Non e di Sole". Era, dunque, maestro Nicolò anche uomo politico e notaio, con ben altra autorevolezza dell'attuale professione, ma anche con tanti altri incarichi che lo sottraevano all'insegnamento. Perciò non fu facile assicurare ai giovani continuità di insegnamento ed adeguato profitto. Spesso i trentini del XV-XVI secolo manifestarono il loro disappunto per i metodi dei maestri, per la loro scarsa diligenza e per quelle parti del loro programma che i genitori consideravano del tutto improduttive, addirittura inutili.

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